«Il Comune non è folclore locale, è una parte molto operativa dello Stato che deve poter essere anche strategica. Eppure, negli anni, nessuna nuova competenza è stata trasferita agli Enti locali, anzi: c’è un immobilismo deprimente». Tra aggregazioni, quanto insegna la tragedia di Crans-Montana e il progetto ‘Ticino2020’ «fermo al palo» per il presidente del Plr Alessandro Speziali non c’è alcuna alternativa: «Il ruolo dei Comuni va ripensato, migliorato, riconosciuto. La centralizzazione continua non immunizza dalle sciagure».
Le aggregazioni hanno portato più oneri
Il primo punto sollevato da Speziali è quello delle aggregazioni. La premessa è che «dopo oltre un ventennio osserviamo nelle valli strutture comunali decisamente rafforzate, e nei centri maggiore sviluppo strategico, prima molto frammentato od ostacolato. Pensiamo già solo al recente sviluppo della Città di Bellinzona. Il rafforzamento strutturale è evidente: in 25 anni il Ticino è passato da 245 a 100 Comuni». Eppure, si diceva, «nessuna nuova competenza per gli Enti locali». E il presidente del Plr attacca: «Il Cantone stesso, con il Piano cantonale delle aggregazioni, aveva detto che esse sono la premessa per una ripartizione alternativa dei compiti Cantone-Comuni. Abbiamo chiesto ai Comuni di diventare più grandi e più professionali, però non è arrivato un trasferimento coerente di competenze e soprattutto di margini decisionali». Con quale risultato concreto, invece? «Più oneri, più vincoli. E quindi meno autonomia decisionale e ossigeno per investimenti sul territorio che invece sono preziosi: riqualifiche urbane, aiuti alle associazioni, infrastrutture sportive, asili nido. Se il Cantone decide dettagli, parametri e vincoli, e poi chiede ai Comuni di “implementare”, – osserva Speziali – il Comune diventa sportello e parafulmine, non istituzione politica. Un esempio su tutti, l’edilizia scolastica che fa disperare molti capidicastero». L’obiettivo, oltre quello generale e generico di cambiare rotta, è di «riallineare competenze, responsabilità e finanziamento. Senza tutto ciò, il dibattito sul cosiddetto “Comune forte” è retorica e il manifesto per il federalismo firmato qualche mese fa a Locarno sbiadisce in un attimo».
Un vero anticorpo democratico
Senza dimenticare, continua Speziali, che «la prossimità è anche controllo e spirito civico ai suoi massimi livelli: all’interno del proprio Comune la gente vede, partecipa, controlla. Diventando una sorta di anticorpo democratico. Allontanare le istituzioni dal territorio non stimola la partecipazione, la vita democratica. E la funzione di comunità ne soffre, quanto lo si percepisce oggi». E quindi, «se vogliamo meno paternalismo cantonale e più responsabilità, dobbiamo anche alzare il livello della conoscenza: con Giuseppe Cotti abbiamo suggerito all’Associazione comuni ticinesi di prevedere incontri regolari con i parlamentari, così le decisioni si prendono in piena consapevolezza, grazie allo scambio di vedute e informazioni tra chi legifera e chi applica sul territorio».
Dopo Crans-Montana: "Fare controlli più seri, ma critiche italiane da rispedire al mittente"
E per Speziali la tragedia di Crans-Montana spiega da sola un concetto ampiamente dibattuto: «Il tema non è centralizzare di più, ma fare controlli più seri e dotarsi di una capacità amministrativa adeguata. Le regole esistevano, ma non sono state applicate né verificate». Quindi, davanti «a un caso di fallimento locale, non confutazione del federalismo» per il presidente del Plr si pone un imperativo: «I Comuni non vanno svuotati di queste responsabilità, sarebbe solo scaricare la colpa al livello superiore senza risolvere nulla in fatto di esecuzione, qualità ed efficienza». Per questo, attacca, «le critiche italiane al modello svizzero vanno rimandate al mittente. In queste settimane, oltre a processi mediatici abbastanza miserevoli, si sentono anche letture ignoranti, appunto con l’Italia in primis, che mettono sotto accusa il sistema svizzero perché basato su responsabilità individuale e autonomia locale: come se la causa fosse il federalismo. Ma è un ragionamento troppo comodo, e soprattutto sbagliato: anche analisi svizzere sull’ondata di critiche dopo Crans-Montana ricordano che la struttura federalista c’entra poco con le carenze operative emerse».
Ne consegue come «la centralizzazione non immunizza dalle sciagure. Anzi: l’ultra-centralismo può persino creare catene di responsabilità più lunghe, più opache e meno controllabili. L’Italia, che è molto più centralista della Svizzera, non è affatto al riparo da drammi originati da controlli che non funzionano e da inermi o inefficienze amministrative: il caso del Ponte Morandi a Genova resta emblematico proprio perché il tema dei controlli e delle responsabilità omissive è stato centrale nel dibattito pubblico e giudiziario». Per Speziali «la lezione da portare a casa è questa: non è “dove” sta la competenza, se del Cantone o del Comune, a prevenire una tragedia; è come funzionano i controlli, se le non conformità vengono chiuse, se la responsabilità è chiara, e se c’è capacità amministrativa adeguata».
Ticino2020 in coma
La panoramica non può che chiudersi con il progetto di riforma dei flussi di competenze tra Cantone e Comuni ‘Ticino2020’, già bombardato a più riprese dal Plr e ora definito dal suo presidente «una riforma in coma», dalla quale dice di essere «pronto a congedarmi definitivamente». Tutto ebbe inizio con una domanda, ricorda Speziali: «“Qual è il livello istituzionale che gestisce meglio un servizio?”. E con un principio altrettanto responsabilizzante: “Chi decide, paga”. Poi, però, si sono stratificati regole finanziarie, veti, dipartimentalismi, compromessi di corto respiro. Risultato: l’impalcatura è diventata fragile, sempre meno funzionale. Oggi sembra un cantiere dismesso: ogni tanto passa un operaio a controllare che i pannelli non cadano in testa a qualcuno, ma i lavori hanno cessato. Avvilente. E il guaio è che questo cantiere abbandonato non resta “neutro”: ne blocca altri, e ne rallenta di cruciali. Penso, per esempio, al dossier delle scuole comunali o la socialità».
Che fare, quindi? «Come Plr lo abbiamo ripetuto più volte: entro fine dicembre 2025 dovevano emergere due o tre decisioni nette, visibili, e non cosmetiche. Non sulle briciole, ma sui nodi veri: perequazione diretta e indiretta, oneri, margini decisionali. Invece niente, uno status quo sconsolante. Nessun segnale concreto all’orizzonte, se non Comuni sempre più risentiti, e con ragione, perché vedono crescere gli oneri senza aumentare autonomia e strumenti».
E la questione delle risorse – «matematica, non ideologia» – entra prepotente nella discussione: «I Comuni in Ticino continuano a investire tantissimo per i cittadini, pensiamo solo a infrastrutture sportive, riqualifiche dei centri urbani, spazi pubblici, progetti che alzano davvero la qualità di vita. Lo fanno spesso con risorse residue, spremendo efficienza e buona volontà. A questo punto – si chiede retoricamente Speziali – è chiedere troppo il metterli nelle condizioni di avere più margine? E, in quest’ottica, capisco bene anche la richiesta di sopprimere il contributo annuo al Cantone che si protrae da anni: se vuoi Comuni responsabili, devi permettere loro di respirare». Sempre sul fronte finanziario c’è altro che non va: «La riforma della perequazione, sia quella diretta sia quella indiretta, è l’altro grande “arriva-arriva” che poi non arriva mai. E intanto si rimanda, si rinvia, si perde tempo, e si lascia che le disparità e le frizioni si incrostino».
Adesso più semplificazione
Insomma, «serve un cambio di passo netto e deciso, con meno incrostazioni da secolo scorso e più dinamismo e capacità di osare». Infine, per Speziali, «lo abbiamo detto e lo ripeteremo sempre: la semplificazione è necessaria e aiuterebbe anche i rapporti tra livelli istituzionali. La burocrazia non colpisce solo cittadini e imprese. Imbriglia anche Comuni ed enti pubblici. Se non si imprime una spinta forte e coerente alla semplificazione, lo stillicidio continua: nuove regole, nuove direttive, nuove procedure. E sempre meno tempo per fare ciò che davvero conta, cioè governare, progettare, servire i cittadini».
Jacopo Scarinci, laRegione, 26 gennaio 2026