Previdenza per la vecchiaia 2020, una riforma? (clicca qui)

 

Pubblicato su CdT il 21.08.2017

 

 

 

Il termine riforma è una parola composta da re- (di nuovo) e -forma (da formare, dar forma), deriva dal latino reformare e le riformagioni (riformazioni, riforme, riformanze) erano anticamente le deliberazioni dei consigli legislativi: il notaio delle riformagioni in molti comuni era principalmente incaricato di rogare le riformagioni e gli atti legislativi dei consigli comunali. *

 

Ad oggi il termine è più associato ad una “… modificazione sostanziale, ma attuata con metodo non violento, di uno stato di cose, un’istituzione, un ordinamento, ecc., rispondente a varie necessità ma soprattutto a esigenze di rinnovamento e di adeguamento ai tempi …” *

 

(*www.treccani.it)

 

 

 

Dopo questo approfondimento lessicale introduttivo, è bene affermare oggettivamente che, per come è conosciuto questo termine non è per nulla affiancabile al progetto della previdenza di cui tanto si sente parlare.

 

 

 

In effetti, per essere riforma dovrebbe, per senso logico ed etimologico, migliorare o perlomeno non peggiorare lo stato della “cosa” riformata. Invece, analizzando il contenuto del progetto di previdenza per la vecchiaia, vi sono delle distorsioni così radicate che sarebbe opportuno non chiamarla con questo termine. Forse sarebbe più appropriato il termine “reazione”.

 

 

 

Non voglio entrare nei dettagli del progetto, in quanto ben noti a tutti quanti, o quasi, i dati sono facilmente consultabili sui portali ufficiali a disposizione della popolazione. Il mio intervento è più teso ad affrontare il discorso con un approccio di ampio pensiero.

 

 

 

Questo Decreto federale che verrà sottoposto in votazione al popolo il prossimo 24 settembre, è un opinabile cumulo di nebbia, creato per sensazioni di angoscia e agitazione dalla sinistra che, vedendo sfavillare nelle casse dell’AVS il colore medesimo del loro partito, hanno reagito come i tori nelle corride, lanciando un esasperato e sconvolgente progetto. L’anomalia sta nel fatto che, in questa metafora, il toro è il popolo e il matador è la pavida sinistra.

 

 

 

Benché i concetti alla base dei pilastri previdenziali del nostro paese siano più che nobili e dimostrino la lungimiranza e l’animo sociale e responsabile del nostro paese, non sono per nulla convinto che perseverare ed accanirsi nella cura degli stessi, soprattutto del 1° e del 2°, sia una tecnica vincente. Mi esprimevo su questo tema già in un mio articolo dell’anno scorso quando a proposito del triste stato dei pilastri specificavo:

 

“(…) I vari tentativi di porre rimedio e arginare questo fenomeno sono stati avanzati da diverse correnti politiche che, per coerenza con il loro spirito, hanno sempre proposto misure, ahinoi, poco sostenibili e talvolta abominevoli tanto che il popolo ha prontamente votato contro, e a grande maggioranza. (…)

 

(…) Invece di presentare stratosferici e sproporzionati calcoli utopistici e poi concludere laconicamente con il solito: “si potrebbe far così e cosà e nel 2060 vedremo i risultati”, sarebbe forse meglio tenere i piedi per terra e spostare la mira su un semplice ragionamento pragmatico. (…)

 

(…) Chi troppo programma nel tempo con dosi massicce di calcoli illusori, rischia poi di raccogliere frutti marci, si veda l’attuale situazione del 1° pilastro che si potrebbe definire drammatica: ma chi l’avrebbe ipotizzato 90 anni fa quando fu concepita l’AVS? (...)”.

 

Dalla storia, dagli errori e dall’esperienza bisogna imparare, altrimenti perseverare sarebbe perfido nei confronti della popolazione. Necessitiamo dunque di una soluzione più pratica, reale e responsabilmente vicina al cittadino che deve anche badare a se stesso senza che tutto e tutti siano al suo servizio, soprattutto lo Stato.

 

 

 

L’immaginario sistema dovrebbe essere flessibile, dinamico e capace di adattarsi con più efficienza ai mutamenti storici e ai megatrends, con la corretta tempestività. Oltre a quanto detto, sarebbe bene che l’apparato fosse strutturato in maniera da rianimare quella cerchia di persone neghittose o in perdurante attesa che lo Stato faccia qualcosa per loro, senza che esse abbiano a muovere un dito.

 

 

 

È ovvio che a questa stregua una rivisitazione deve essere fatta anche per l’intero apparato statale e per le sue competenze. È senz’altro un grande progetto che scombinerebbe tutto quanto e imporrebbe un totale riesame del nostro Paese, ma è senza dubbio la misura meno dolorosa attuabile in questi tempi perché, come dicevo, perseverare nello stato attuale risulterebbe molto peggio.

 

 

 

Ma potremmo trovare degli ostacoli per questa logica e pragmatica soluzione, già a partire nel nostro Cantone: infatti il Presidente del partito socialista ticinese afferma: “Con la flessibilità si rischia l’imbroglio”… E io mi chiedo: ma perché? Perché questa cultura del dubbio? Perché questa continua diffidenza? Perché pensare che c’è sempre qualcuno pronto a ingannare? Perché infondere garantismo statale a tutte le generazioni? Perché voler rendere un Paese statico e incementato? Questo poteva accadere ai tempi di Nicolae Ceaușescu, ma oggi il mondo è cambiato e la Svizzera non ha bisogno di reagire, ma di agire con senso pratico, con oculatezza e soprattutto con un pizzico di coraggio.

 

 

 

Cittadine e cittadini, giovani, meno giovani e anziane/i, se andiamo avanti a mettere cerotti così come proposto, facendo propaganda con termini quali “rafforzamento”, “garanzia”, o -  peggio -  dando lo zuccherino dei CHF 70.00 per lasciare intendere che è buona cosa questa “riforma”, non arriveremo tanto lontano, ma se ci arriveremo, ci ritroveremo con l’acqua sopra la testa annegati nei purpurei liquidi riformisti. E, contrariamente a quanto asserisce il Consigliere Federale Berset, la fattura sarà ben più salata e i cavoli ben più amari se questa “riforma” dovesse passare: facendo quattro calcoli è evidente e negare ciò è davvero uno scacco matto allo stile.

 

 

 

Per essere un pochino più chiari e spiegare la riforma con una similitudine, riprendo il commento del Direttore di Avenir Suisse, Jérôme Cosandey che asserisce: “… un peu comme si vous n’aviez pas suffisamment d’argent pour des vacances, mais décidiez de partir trois jours de plus.” Non aggiungo altro.

 

Costruiamo e rivediamo l’intero sistema facendo della responsabilità individuale la propria carta vincente. Per amor della Svizzera.

 

 

 

Gilles Müller

 

Presidente Sezione PLR Davesco-Soragno

 

 

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